"Isaac"

Un anziano vuole farla finita, un medico lo soccorre, il natale esplode nei ricordi e Isaac, il gatto, dove sarà?

Un dottore, che aveva investito un gatto con la macchina, ritenne di essere in debito di una vita col padreterno, e continuò a spingere col defibrillatore finché le palpebre del vecchietto non scoprirono nuovamente i suoi occhi arrossati. Quel vecchietto era uomo ordinario, di quelli che nascono, vivono alla meglio e muoiono; perciò fu molto sorpreso quando tornò in vita. Una volta solo ripensò a quello che aveva visto mentre era tecnicamente morto: nessun tunnel di luce né cori di cherubini. Semplicemente si era ritrovato nel suo letto di casa, con una grande stanchezza nelle ossa e la consapevolezza di essere morto. L’aldilà non era poi tanto diverso dall’aldiquà.

Si alzò dal lettino e trascinò fuori dalla stanza d’ospedale le sue gambe macilente. Nel corridoio incontrò molti vecchi amici: chi si operava per qualcosa, chi andava a trovare un conoscente malandato, chi diventava nonno. Era un gran via vai, sembrava una festa di paese, in un mondo dove feste di paese non se ne facevano più. Parlando con loro dei tempi andati, si sentì in colpa per il suo tentato suicidio. C’era gente che avrebbe pagato per avere la sua tempra, mentre lui continuava imperterrito a provare disgusto per la vita. E adesso era in trappola. Poteva pensare ai modi più fantasiosi per uccidersi: buttarsi da un grattacielo, farsi sbranare dai cani, squartare da due cavalli, bruciare sulla pubblica piazza, ma il risultato non sarebbe cambiato. Si sarebbe ritrovato nel suo letto. E a suo tempo lo avrebbero raggiunto anche i suoi cari, magari la nuora. Le aveva lasciato una lettera di addio meravigliosa, un capolavoro di cattiveria, ogni parola era stata pensata per appendersi come una croce al suo grasso collo. Ma adesso che era sopravvissuto lei non avrebbe provato nessun senso di colpa, peggio, avrebbe cercato di rimediare. Fiori, visite, nipoti chiassosi in giro per la casa, gite di famiglia e cenoni di natale.

Il natale era la festa che più amava. Sua madre era una ballerina, e suo padre la accompagnava col violino. Ogni natale lo passavano in un luogo diverso, a volte in un teatro, altre volte in viaggio su di una nave, oppure in locali sciccosi. E lui, da piccolo, si divertiva un mondo anche se non arrivavano regali. Ma anche quest’anno non era stato libero di uscire e camminare da solo per guardare le decorazioni natalizie. Lo addobbavano di sciarpe che manco l’albero, e lo assillavano di raccomandazioni come fosse un imbecille. Tutte cose che erano menzionate nella lettera, una per una, tutte le angherie che aveva dovuto subire da quel mostro di nuora ed i suoi mostriciattoli urlanti. Non gli piacevano i bambini, non ne avrebbe nemmeno voluti, ma sua moglie aveva insistito così tanto, e si amavano a tal punto, che avevano adottato un trovatello. Sembrava sveglio, da piccolo, e anche crescendo se l’era cavata non male. Si era laureato in fretta ed era entrato in un’azienda. Però aveva sposato quella ragazza orribile. E sua moglie, che avrebbe tanto voluto dei nipoti, era morta. Ci fosse stata lei, nel mondo dell’aldilà, sarebbe valsa la pena di morire. Ma era contento di non averla incontrata. Aveva già smesso di pensare a lei come quella signora raggrinzita che gli dormiva affianco. Si ricordava di quando si erano conosciuti, i suoi capelli nerissimi e la pelle giovane ed abbronzata.

Ormai la sua vita barcamenava tra ricordi, sempre più dolci e lontani, e file alle poste. A parte reumatismi e qualche acciacco, nessuna malattia veramente importante gli aveva permesso di andarsene con serenità. Colpa del dottore, pensò, non era stato capace di ucciderlo come fanno tutti gli altri dottori. Ed eccolo lì, a gironzolare per l’ospedale, redivivo e vegeto. Sentiva che il resto della sua vita sarebbe trascorso a passi lentissimi, un limbo esasperante, ora che sapeva che il grande Buio era una grande Noia, e che gli anni che gli rimanevano erano solo l’intervallo tra due esistenze ugualmente insignificanti. C’era un pensiero, però, che lo tormentava particolarmente. Prima di suicidarsi, aveva deciso di liberare il suo gatto, Isaac, e qualcosa gli diceva che non lo avrebbe rivisto mai più.

Pubblicato su La Nuova Venezia