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Scorzè, carabiniere morto da 26 giorni: funerale bloccato per l’autopsia

La famiglia ha chiesto alla Procura di effettuare l’esame per chiarire il decesso. Attesa una risposta dalla magistratura che ha acquisito i documenti sanitari

SCORZE’.Sono 15 giorni che la salma di Germano Mancini, 50 anni, il comandante della stazione carabinieri di Scorzè, morto in ospedale all’Havana, è rientrata in Italia. E ne sono trascorsi 26 da quando è morto in un ospedale di Cuba. I familiari, nonostante il tempo trascorso, non sanno ancora quando potranno organizzare il funerale. Infatti la Procura di Venezia non ha ancora deciso se far eseguire o meno l’autopsia sulla salma. Esame richiesto dal figlio del carabiniere perché la famiglia vuole sapere di cosa è veramente morto l’uomo che, con degli amici, si era recato a Cuba per le vacanze. Per il momento il pm Giovanni Zorzi, che ha sul tavolo la richiesta, ha fatto acquisire i vari documenti sanitari redatti al momento del ricovero e poi della morte dai medici cubani. Gli stessi che hanno seguito il carabiniere da quando è stato portato in ospedale.

La prima battaglia vinta dai familiari è stata quella di far rientrare la salma del congiunto e non le ceneri del corpo, come si era paventato subito dopo il decesso. In un primo momento le autorità sanitarie di Cuba sostennero che il luogotenente dell’Arma fosse stato contagiato dal vaiolo delle scimmie e in seguito morto per una crisi respiratoria. Addirittura il ministro della Sanità locale, facendo riferimento a delle analisi effettuate da un laboratorio, disse che Mancini rappresentava il primo caso di vaiolo delle scimmie sull’isola. Sempre secondo i cubani, la crisi respiratoria sarebbe stata causata da un batterio responsabile di una grave forma di polmonite.

Per i familiari e per la stessa Arma dei carabinieri era importante che le autorità cubane dessero il nulla osta per il rimpatrio della salma e non procedessero a cremare il corpo, al fine di far eseguire l’autopsia sul corpo di Mancini e capire finalmente le cause della morte. E in particolare se il luogotenente fosse stato veramente contagiato dal vaiolo delle scimmie come sostenevano i sanitari dell’Havana. Sul contagio in molti, ad iniziare da parenti e amici, avevano sollevato dei dubbi anche per la scarsità di documentazione sanitaria inerente al caso fornita da Cuba. Insomma, quanto comunicato ufficialmente dalle autorità dell’isola non bastava, fin dall’inizio, per stabilire se c’era stato un vero contagio.

Una volta rientrata in Italia la salma, i familiari, attraverso l’avvocato Guido Simonetti, hanno chiesto di far eseguire l’autopsia. Anche perché nella documentazione sanitaria arrivata a seguito della salma non compare da nessuna parte il contagio da vaiolo delle scimmie.

Pubblicato su La Nuova Venezia