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Trovata morta in casa a Venezia, giallo sulle cause è scontro tra la Procura e i familiari

Il caso di Pamela Da Campo, scomparsa nel 2018. Il pm Terzo ha chiesto l’archiviazione, i legali ipotizzano l’omicidio

VENEZIA  Morte naturale, come sostiene senza dubbio alcuno la Procura? O omicidio per soffocamento, come ritiene il fratello di Pamela Da Campo, trovata esanime a 53 anni, nella sua casa di Castello?

Era il febbraio del 2018. Nessun segno evidente di violenza nell’abitazione, ma agli atti delle indagini due consulenze medico legali di parere opposto, dopo l’autopsia.

Il consulente della Procura (il responsabile dell’Unità operativa di Medicina legale dell’Usl 3 Silvano Zancaner) ha, infatti, concluso senza dubbio alcuno per la morte naturale.

Al contrario, la consulenza firmata dal medico legale Sergio Lafisca - già responsabile dello stesso ufficio Usl, fino alla pensione - ritiene che la donna sia stata soffocata.

Chiamata a decidere se archiviare l’indagine (come richiesto dal pubblico ministero Roberto Terzo) o riaprirla con l’ipotesi di omicidio volontario (come richiesto dall’avvocata Sarah Franchini, per conto dei fratelli della donna), la giudice per le udienze preliminari Sara Varotto ha deciso di rinviare sì gli atti al pm, ma dandogli una indicazione precisa: chiedere al proprio consulente Silvano Zancaner di «prendere in esame le ipotesi sollevate dal dottor Lafisca».

Nella sostanza, dare una propria risposta alle conclusioni del consulente di parte: fa entro 6 mesi.

«Il dottor Lafisca, nel corso dell’autopsia», spiega l’avvocata Franchini, «ha rilevato tracce di un enfisema polmonare acuto, compatibile con la causa di morte per soffocamento, escludendo un decesso naturale. Ha anche rilevato alcuni segni sul mento compatibili con un’asfissia meccanica violenta, che non potevano che far concludere per l’omicidio volontario per soffocamento».

Nessun indagato e nessuna ipotesi nuova di reato, ma la richiesta del giudice al consulente della Procura di rispondere alle conclusioni del medico legale del fratello della donna, il dottor Gianluigi Da Campo, il primo a sollevare dubbi sulla sorte della sorella.

La Procura aveva ricostruito le ultime ore della donna, non rilevando discrepanze tra l’ora del decesso - fissata tra le 3.30 e le 5.30 di quel giorno - e il racconto del marito, che aveva detto di essere uscito alle 5 per recarsi al lavoro, di aver provato più volte nell’arco della giornata a mettersi in contatto con la moglie, fino ad avvisare la cognata: scoprendo così la donna esanime. L’uomo non è mai stato indagato e il pm Roberto Terzo - nel richiedere l’archiviazione del fascicolo - ha escluso qualsiasi responsabilità, anche sotto l’aspetto «meramente colposo».

Per il pm i dubbi del fratello «sono verosimilmente sorti da un’erronea percezione di quanto riportatagli» dal marito «in ordine ai contatti con la moglie». Il medico sostiene che il cognato avrebbe chiamato la sorella alle 7 e lei gli avrebbe detto di sentirsi «benino». Ma per la Procura questa conversazione non c’è mai stata: «La credibilità della versione (del marito) è portata all’evidenza da un argomento di carattere logico, poiché proprio l’assenza di contatti con la moglie ha spinto l’uomo a contattare la cognata e sollecitarla a verificare che Pamela stesse bene». Anche la visita in banca per prelevare dal conto cointestato - chiarisce la Procura - «era per le spese di prima necessità».

Su questi aspetti la gup non vuol tornare: chiede chiarimenti medico legali. Poi prenderà la sua decisione: archiviare o meno il caso. —

Pubblicato su La Nuova Venezia