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Morti in fabbrica. Il grido di Ferruccio Brugnaro: «Il profitto non vale una vita, va difeso il diritto alla salute

Dopo le due ultime tragedie alla Pilkington e nello stabilimento del gruppo Veritas, il poeta, padre del sindaco di Venezia, propone di reintrodurre le Commissioni ambiente in fabbrica. «Le ispezioni saltuarie non servono a niente, chi controlla deve stare dentro al luogo di produzione»

MARGHERA. «Si pensa solo al profitto, bisogna produrre sempre più in fretta. E la vita del lavoratore non conta niente. È una strage accettata. E c’è il rischio terribile che l’opinione pubblica si abitui. Bisogna reagire, subito».

Non ce la fa più, Ferruccio Brugnaro a sopportare questo stillicidio quotidiano di notizie tragiche. Un altro operaio morto sul lavoro a Fusina. Dopo quelli di Marghera, di Treviso, di ogni angolo d’Italia. Lui, poeta operaio e delegato sindacale alla Montefibre negli anni Sessanta, aveva combattuto a lungo nel Consiglio di fabbrica per mettere un freno alla strage.

Il suo ultimo grido disperato era stato pubblicato dalla Nuova Venezia solo pochi mesi fa. Una sua lirica aggiornata e sempre attuale sulla «Morte di un altro compagno». “Non voglio tacere”, si intitola. «Non posso guardare questi morti e fingere di non vederli. Non posso lasciarli inghiottire da questo sporco silenzio. Non voglio tacere, i miei compagni morti non possono, non devono sparire. Voglio urlare, graffiare dentro questa indifferenza che annienta anche le pietre come un lupo affamato nella neve».

Poesia struggente che torna di drammatica attualità. Brugnaro, classe 1936, padre del sindaco di Venezia, è stato il primo a portare la poesia in fabbrica per denunciare i mali della società industriale. Il primo a stampare i suoi lavori sui volantini distribuiti a Porto Marghera agli operai. Denunce ancora attuali. «Questa strage non finirà mai. Se non si interviene, subito».

Come si fa?

«Bisogna rimettere in piedi le Commissioni ambiente. Gruppi di operai che sorvegliano dentro la fabbrica. Lavoratori a contatto con il lavoro, che verificano prima e durante il lavoro se ci sono problemi di sicurezza».

Esiste già lo Spisal con altre autorità di vigilanza.

«Sì ma non servono. Perché per vedere se esistono i rischi bisogna vivere nel luogo di lavoro. Il resto sono cose inutili, soldi buttati».

Chi deve prendere l’iniziativa?

«I sindacati confederali. Non basta piangere dopo la disgrazia. Bisogna costringere i datori di lavoro ad accettare questo strumento. Noi lo avevamo introdotto negli anni Settanta, è stato abbandonato».

E la strage continua.

«Certo, è sempre peggio. È un prodotto della fretta, ma anche di una macchina che punta solo al profitto, e non pensa alla salute e alla vita dei lavoratori».

È possibile cambiare rotta?

«Sì. Ma, ripeto, c’è bisogno di un sindacato forte, che punti i piedi. Ricordo che negli anni Cinquanta c’eravamo riusciti. Ho visto un mio compagno schiacciato dal carrello. Ci siamo detti che era ora di dire basta. Erano gli anni della grande partecipazione operaia e avevamo introdotto queste commissioni. Gruppi di operai, gente come noi, che vigilava sul campo. Poi hanno dimenticato tutto. Ma è l’unica strada se vogliamo prevenire».

Allora perché non si fa?

«Me lo chiedo ogni giorno. La richiesta l’abbiamo fatta in varie occasioni, ma non siamo stati ascoltati. Ripeto, tocca al sindacato, ai rappresentanti dei lavoratori rivendicare il diritto alla salute. Trattare e ottenere queste garanzie. Il resto sono chiacchiere, tempo perso e soldi buttati».

Nel Veneto c’è un gran numero di incidenti sul lavoro.

«Il dramma colpisce tutti. L’estate scorsa ero in vacanza in Alto Adige. Ho visto a Bressanone operai che piantavano una nuova linea elettrica lavorando senza protezioni. E nessuno interveniva. Purtroppo è un’emergenza che riguarda tutti. Bisogna mettersi a muso duro e non mollare, finché qualcosa non cambia».

In tempi di crisi c’è fame di lavoro e la produzione aumenta. C’è un nesso con l’aumento degli incidenti?

«Ma certo. Qua si pensa solo al profitto. Si deve fare tutto in fretta. I carichi aumentano, i ritmi anche. E così la vita del lavoratore non conta più nulla».

Lei è ottimista o pessimista su questo fronte?

«Ne ho viste tante nella mia vita. E proprio per questo dico che non c’è più tempo da perdere. L’unico modo per salvare vite umane è creare uno strumento di controllo a contatto con il lavoro. Ci dobbiamo impegnare tutti per questo. Se no spendiamo soltanto parole che non servono a nulla».

Pubblicato su La Nuova Venezia