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Morta l’undicenne travolta dal furgone

Investita in bicicletta mentre rientrava a casa dal parco. Un 36enne di Santa Maria di Sala indagato per omicidio colposo

santa maria di sala

«Emanuela non c’è più». Poche le parole ieri mattina della famiglia Brahja per dire che la loro bambina aveva smesso di vivere. Ieri all’alba si sono spente le speranze di salvare la piccola di Reschigliano di Campodarsego (Padova), travolta lunedì sera da un furgone condotto da un 36enne di Santa Maria di Sala mentre attraversava via Pontarola in bicicletta per far ritorno a casa dal parco giochi di via Papa Luciani, dove si era intrattenuta a giocare con alcuni amichetti e compagni di classe.

Quasi 30 ore dopo l’incidente stradale, Emanuela Brahja, 11 anni compiuti il 18 dicembre 2020, è spirata nel reparto di rianimazione del reparto pediatrico dell’ospedale di Padova. «Verso mezzanotte ci hanno chiamato dall’ospedale per darci la triste notizia», dichiara il papà Agron Brahja che sta vivendo le ore più drammatiche della sua esistenza insieme alla moglie Esmiralda Shgalsi e ai tre figli, due ragazze maggiorenni e un bambino. Sin dai momenti successivi all’incidente stradale i genitori erano stati informati che difficilmente la loro figlia sarebbe sopravvissuta. Fatale il trauma cranico commotivo che la piccola ciclista ha riportato nel rovinare a terra dopo l’impatto con il furgone, forse colpendo il bordo del marciapiede.

Erano le 19.10 di lunedì: Emanuela ha perso immediatamente conoscenza e non si è mai risvegliata dal coma. Con mamma Esmiralda nemmeno in grado di proferire parola, è papà Agron a ricordare brevemente la loro amatissima Emanuela: «Era la figlia che tutti vorrebbero, allegra e brava a scuola. Amava leggere e uscire con gli amici».

La famiglia non commenta l’incidente, ma il sentimento di rabbia e impotenza che traspare è palpabile. «Sappiamo quello che ci ha detto la polizia stradale e quanto abbiamo visto, per il resto ci affidiamo a un avvocato», dice il papà Agron, «È stato un ragazzino a venire ad avvisarci dell’incidente. In due minuti eravamo in via Pontarola, la nostra bambina era ancora a terra, la sua bicicletta lì vicino. Volevamo fare qualcosa per lei, ma ci hanno detto di non toccarla per non aggravare la situazione». Con la disperazione nel cuore, i genitori hanno assistito ai primi interventi di soccorso e quando la figlia è stata caricata sull’ambulanza del Suem 118 l’hanno seguita. Valutata la gravità delle condizioni di Emanuela, ritenute sin da subito molto critiche, dall’ospedale di Camposampiero è stato disposto l’immediato trasferimento al reparto pediatrico di Padova. Mamma e papà sono rimasti al suo capezzale fino a martedì sera, quando è stata decretata la morte cerebrale. Nella notte sono anche arrivati diversi parenti dell’Albania, Paese di origine dei genitori che abitano a Campodarsego dalla fine degli anni Novanta.

Quanto all’inchiesta, prima il reato contestato era di lesioni colpose. Ora la morte di Emanuela Brahja è al centro di un fascicolo per omicidio colposo. E nel registro degli indagati è finito l’autista 36enne del furgone che, pur viaggiando a velocità piuttosto bassa, ha investito la bambina mentre attraversava la strada. Secondo le prime indiscrezioni il pm Andrea Girlando, titolare dell’inchiesta, non disporrà l’autopsia: la piccola è morta per il grave trauma cranico prodotto dall’impatto con l’asfalto. Quando è stata colpita dal furgone, la bambina stava raggiungendo il marciapiede opposto: era già buio intorno alle 19.10. Resta da capire se abbia attraversato o meno sulle strisce e quanto sia illuminata la zona. L’impatto è stato violento, Emanuele è stata sbalzata dalla bici ed è finita a terra picchiando la testa. Il colpo le ha fatto perdere conoscenza e dal coma non si è più risvegliata. Tra oggi e domani il pm affiderà a un consulente tecnico di fiducia il compito di ricostruire l’incidente per l’individuazione precisa delle responsabilità. Intanto resta solo un grande dolore. —

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Pubblicato su La Nuova Venezia