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I genitori di Roberto: «Fatta giustizia ma nessuno ci ridarà nostro figlio»

Polato, l’amico che si era salvato: «L’uomo che è stato arrestato avrebbe potuto uccidere anche me»

JESOLO

«Giustizia è stata fatta, ma anche questo arresto non ci restituirà nostro figlio». Enrico Bardella e la moglie Marisa, genitori di Roberto, l’agente immobiliare ucciso in Brasile dai narcotrafficanti nel dicembre 2016, hanno saputo ieri dell’arresto, martedì scorso, di Wagner Moreira Rodrigues Silva, “Guinin”, leader di un sodalizio criminale a Morro dos Prazeres e Fallet-Fogueteiro, a Santa Teresa, nella zona centrale di Rio.

È lui il capo della banda che si è resa responsabile dell’omicidio di Roberto durante il viaggio in motocicletta con il cugino Rino Polato di Fossalta di Piave.

Per la moglie di Roberto, Claudia Vianello, con il figlio Mattia, è stato un altro duro colpo. «Ci chiedevamo qualche mese fa a che punto fossero arrivate le indagini, poi abbiamo saputo di questo arresto. Il dolore non si placa per questo, anche se è bene che la giustizia stia facendo il suo corso. Noi siamo sempre impegnati nelle iniziative di raccolta fondi per i ragazzi delle favelas in Brasile».

La mamma di Roberto vive il suo dramma in silenzio. «Ogni giorno penso a mio figlio» spiega «lo ricordo con il suo sorriso, me lo sogno la notte. E penso che non tornerà, neppure adesso che hanno arrestato chi gli ha tolto la vita».

Rino Polato, cugino di Roberto, è riuscito piano piano a elaborare quanto vissuto in Brasile in quei giorni, dopo aver visto la morte in faccia. E Rino ricorda quel volto apparso sui giornali brasiliani.

«Paradossalmente è anche l’uomo cui devo la mia vita», ricorda «Roberto non è stato ucciso in una favela, ma poco distante. Eravamo a circa un chilometro e mezzo dal Cristo Redentore che siamo andati a visitare quando a uno svincolo abbiamo sbagliato strada per colpa del navigatore. Le piccole telecamere che avevamo sul casco per documentare il viaggio sono state fatali, perché una banda ha temuto che li avessimo filmati mentre stavano compiendo un reato. Roberto è stato ucciso da un colpo di pistola, alle spalle. Io mi sono trovato una pistola in bocca, davanti alle buche nelle quali ci avrebbero poi sepolti. La mia paura era di morire e non essere più ritrovato assieme a Roberto. Quell’uomo ha capito l’errore commesso dalla banda di una quindicina di ragazzini drogati, mi ha risparmiato e non ha nascosto il corpo di mio cugino. Noi però non abbiamo scelto la strada dell’odio. C’è una onlus in Brasile, Progredir, che ha già realizzato una biblioteca intitolata a Roberto e ha acquistato tanti libri per i giovani delle favelas perché possano comprendere che esiste un altro mondo fuori da quell’inferno senza speranze».

Il cordoglio e la solidarietà dell’amministrazione comunale di Jesolo sono giunti anche dal sindaco, Valerio Zoggia. —

Pubblicato su La Nuova Venezia