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L’inguaribile ottimismo del “signore degli anelli” «Si cade e ci si rialza»

Yuri Chechi sbalordì tutto il mondo con una prestazione perfetta invita a cogliere le opportunità che possono offrire pure i momenti bui 

Mestre

Pianificare è importante. Ma, forse, Jury Chechi ha perfino esagerato: «A 9 anni ero in quarta elementare e ci diedero un tema: che cosa vuoi fare da grande? Vincere le Olimpiadi». Risata del pubblico. «Un bambino con un po’ di problemi, ma sicuramente con le idee chiare. Una visione. Purtroppo ciò che spesso manca al nostro Paese: anche quando si tratta di fare sport», l’appello al “Festival delle idee” da parte del campione olimpico ad Atlanta 1996. L’ultimo trionfo azzurro nella ginnastica che il “signore degli anelli” guarda, di nuovo, dopo 24 anni: «Di quel minuto ricordo molto poco», sorride Chechi, «L’attesa invece, quella molto di più: era chiaro che sarebbe stato il momento più importante della mia vita. Però fu semplice gestirlo, perché ero preparato e concentrato. Un ginnasta ha quella possibilità una sola volta ogni quattro anni: la liberazione straordinaria che ho provato a fine esercizio rimane impagabile». Realizzato il sogno del bambino: «Ma non c’è bisogno di arrivare a vincere medaglie olimpiche come me e Fiona», spiega l’ex atleta che, a 51 anni, non ha mai smesso con gli allenamenti. «Basta lo sport amatoriale per capire l’importanza di cadere e rialzarsi meglio di prima. Lo dico anche in riferimento a questa inimmaginabile pandemia». Chechi è un inguaribile ottimista: «Le criticità si possono trasformare in opportunità, dipende solo da noi: mi viene in mente un parallelismo con un dramma sportivo personale». Terribili infortuni, che gli fecero saltare Barcellona ’92 e Sydney 2000. «Poi però tornai ad allenarmi e ad Atene arrivai al bronzo. Da portabandiera della mia nazione: io ho sempre gareggiato per me stesso, ma nel momento in cui sono riuscito a rappresentare il mio Paese così in alto è stata una felicità immensa. Perché l’Italia è un paese straordinario, ma quando si tratta di organizzarsi e puntare al lungo periodo tende a venire meno». Il problema numero uno è alla radice: «Abbiamo una buona struttura sportiva, ma solo per formare campioni», sottolinea Chechi, «Dovremmo essere più bravi a occuparci anche di tutti quei bambini che vivono lo sport per divertirsi, nelle scuole. In questi giorni di difficoltà si bloccano le attività sportive come se fossero meno importanti: credo che non sia così. Bisogna garantire un futuro allo sport amatoriale: dopo il lockdown, tante realtà sono morte, non bisogna permettere che accada di nuovo. Il governo e le federazioni devono tutelare i più fragili in ogni settore». Il Recovery Fund è una speranza concreta: «Tra un po’ arriveranno tantissimi soldi: usiamoli bene. Lo sport italiano ha risorse importanti ma spesso le utilizziamo male. Un esempio? La Federazione Ginnastica d’Italia ha un bilancio importante, da decine di milioni di euro. Il miglior atleta del settore ne prenderà 2000 al mese: vi sembra giusto, non tornare indietro nulla agli atleti?». La carriera di Chechi, una parabola da cui imparare: «Non sono nato come un grande talento», ammette lui, «Ho semplicemente lavorato tanto. Molto più di quelli che avevano una predisposizione particolare. Il lavoro è una grande fatica ma una grande opportunità: con la consapevolezza e la metodologia giusta, si possono raggiungere risultati straordinari. Campioni non si nasce, si diventa. Ho fatto tutto quello che era necessario per non avere rimpianti. Rifarei ogni cosa». Anche le scelte sbagliate. «Perché non c’è mai stato giorno in cui non ce l’abbia messa tutta. Ho raggiunto gli obiettivi, perdendo più delle volte in cui ho vinto. Ci vuole un piano e tanta dedizione. Magari fosse questo virus a farci capire che è il momento di cambiare». —

Pubblicato su La Nuova Venezia