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Paziente si suicidò in ospedale Tre medici andranno a processo

San Donà. Un quarantenne si era lanciato da una finestra dopo essere stato legato al letto per 11 giorni L’accusa è di concorso in omicidio colposo: i dottori avevano l’obbligo giuridico di impedire la tragedia

Per il suicidio di un paziente tre medici dell’Ospedale di San Donà saranno processati per concorso in omicidio colposo il 15 maggio 2015 dal giudice monocratico. Ieri, infatti, il giudice dell’udienza preliminare di Venezia Roberta Marchiori ha accolto la richiesta del pubblico ministero Rita Ugolini, che aveva condotto le indagini, e ha rinviato a giudizio il primario del servizio psichiatrico Gianfranco Bonfante, quello di Medicina, Mauro Scanferlato e il medico Francesca Dassiè, tutti in servizio nel nosocomio sandonatese.

Il 15 giugno 2011 il quarantenne di San Donà M.M. si era lanciato dalla finestra del reparto di medicina dell'ospedale di San Donà ed era morto. Secondo la ricostruzione dei fatti, il paziente si era ucciso dopo essere rimasto legato a un letto di contenzione ininterrottamente per undici giorni. M.M. era stato ricoverato con un provvedimento di trattamento sanitario obbligatorio il 31 maggio 2011, era un paziente seguito da oltre 15 anni dal Servizio psichiatrico e soffriva di schizofrenia paranoide. Dopo otto giorni era stato trasferito in unità coronarica a causa di una tromboembolia polmonare e di una broncopolmonite basale, causate, stando a una consulenza medica compiuta per conto del pm dal medico legale Sergio Lafisca e dall’ex primario psichiatra di Venezia Fabrizio Ramaciotti, dal fatto che dal 3 giugno era rimasto legato a un letto di contenzione. Nel capo d’imputazione, contestato a Bonfante, si legge che questa pratica attuata in questo caso nel suo reparto è «impropria e illecita», in quanto utilizzata come terapia e non come «atto per consentire la terapia» e contraria alle indicazioni della conferenza delle Regioni che si basa sullo studio «The European Commitee for the Prevention of Torture and Inhuman or Degrading Treatment or Punishment». Dopo essere stato ricoverato in unità coronarica, il 14 giugno era stato trasferito in medicina e, 24 ore dopo, si era lanciato nel vuoto da una finestra di quel reparto. Stando alle accuse, i tre medici nei rispettivi ruoli (Dassiè è il medico che aveva dato disposizioni di slegare il paziente) avrebbero omesso Bonfante d’informare i colleghi di Medicina sul rischio di suicidio del paziente, acconsentendo che fosse ricoverato in quel reparto invece di essere trasferito nuovamente in Psichiatria e, in concorso con Dassiè, di predisporre e concordare un piano terapeutico al fine di verificare lo stato di salute mentale di M.M. e di verificare se i locali dove il paziente era ospitato fossero dotati di strutture di protezione in particolare alle finestre. Scanferlato, infine, avrebbe consentito il ricovero del paziente nel suo reparto pur essendo consapevole del suo particolare stato di salute mentale e nonostante fosse a conoscenza che Medicina era privo di infissi e serrature di sicurezza. Secondo l’accusa, i tre avevano l’obbligo giuridico di impedire il suicidio.

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Pubblicato su La Nuova Venezia