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Sissy, spunta l’sms alla famiglia «Non fu suicidio, aveva nemici»

Rinviata la decisione sull’archiviazione del caso dell’ex agente penitenziaria Familiari e legali in coro: servono nuovi accertamenti, ancora troppi buchi neri

Doveva essere l’udienza chiamata a mettere la parola fine (per la seconda volta) alla battaglia giudiziaria della famiglia di Maria Teresa Trovato Mazza, per tutti “Sissy”, ce per ben due volte ha impugnato la richiesta della Procura di archiviare il caso come suicidio. Slitterà invece a dopo l’estate la decisione sulla vicenda giudiziaria che riguarda l’agente di polizia penitenziaria del carcere femminile della Giudecca, trovata agonizzante nell’ascensore dell’ospedale civile di Venezia nel novembre del 2016, ferita alla testa da un colpo di pistola e morta a inizio 2019 dopo due anni di coma vegetativo. Ma nell’udienza di ieri, davanti alla gip Barbara Lancieri, gli avvocati della famiglia Trovato Mazza, Girolamo Albanese ed Eugenio Pini, hanno portato altri, nuovi elementi sul caso.

Tra questi, è spuntato per la prima volta un sms ricevuto dalla famiglia dopo la tragedia da parte di una detenuta. «Sissy non si è suicidata, aveva inimicizie all’interno del carcere e non era da sola qual giorno all’ospedale Civile», questo il tenore del messaggio presentato ieri mattina davanti alla gip. Scritto da una terza detenuta, diversa rispetto a quella su cui pende un’accusa di calunnia da parte della Procura (è un filone parallelo, rispetto all’inchiesta principale) per aver rivelato, senza fornire dettagli più precisi, di conoscere l’agente di polizia penitenziaria in servizio nel carcere della Giudecca responsabile della morte di Sissy, “colpevole” di essere venuta a conoscenza di storie di droga e rapporti tra detenute e agenti. Agente che, messa alle strette in almeno due occasioni sull’argomento, sarebbe scoppiata a piangere implorando di non raccontare i fatti a nessuno. Fatto sta che, insieme al nuovo sms inviato ai familiari di Sissy, i due legali ieri sono tornati a chiedere ulteriori approfondimenti sulla vicenda. In particolare, sui tabulati delle chiamate al cellulare di Sissy senza risposta e sulle tracce di sangue: «Abbiamo chiesto di completare il quadro dei tabulati telefonici», spiega l’avvocato Albanese, e abbiamo esposto i nostri dubbi sulla tracce di sangue sulle pareti dell’ascensore: secondo noi, ci sono anomalie rispetto all’ipotesi del suicidio. La famiglia resta poi convinta che Sissy non avesse alcuna ragione per suicidarsi». Per l’avvocato Pini, poi, un altro elemento da approfondire sta nelle confidenze che la stessa Sissy aveva fatto all’allenatore della squadra di calcio in cui giocava: «Più volte le aveva riferito queste parole: “Me la faranno pagare”. E poi, Sissy era adibita a servizi interni al carcere: come mai quel giorno era stata incaricata di un servizio esterno? E perché da sola?». Va detto che nel corso di anni di indagini, non erano emersi elementi che avessero messo in dubbio – per quanto riguarda la Procura di Venezia – il suicidio della donna, che quella mattina era stata assegnata all’improvviso alla scorta di una detenuta per una visita. Se all’interno dell’ascensore non ci sono videoregistrazioni, poco prima dello sparo si Sissy era stata ripresa mentre girava da sola nel reparto. Insieme a una serie di perizie su impugnatura della pistola e dinamica dei fatti, tanto era bastato per chiedere per ben due volte l’archiviazione. Insieme ai due legali, in tribunale ieri si sono presentati anche i genitori dell’ex agente di polizia penitenziaria, arrivati dalla Calabria. Insieme alle amiche dell’agente, hanno srotolato uno striscione per chiedere, ancora, “verità e giustizia”. «Abbiamo trovato un giudice attento, eppure ci sono ancora dei punti che devono essere chiariti per forza», le parole del padre, Salvatore Trovato Mazza, «siamo fiduciosi nella magistratura e nei nostri avvocati». —

Pubblicato su La Nuova Venezia