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La Procura: «Condannate all’ergastolo Monica Busetto»

La prova regina sarebbe il dna della vittima, un’anziana di 87 anni, trovato sulla collanina sequestrata a casa dell’imputata

MESTRE. Per il pubblico ministero Lucia D’Alessandro, Monica Busetto ha ucciso l’87enne Lida Pamio Taffi e va condannata all’ergastolo. Ieri, con una requisitoria di quattro ore, la rappresentante della Procura ha snocciolato una serie di indizi e soprattutto quella che lei stessa ha chiamato «la prova regina»: la scoperta del dna della vittima sulla catenina d’oro spezzata sequestrata in casa dell’imputata. Una prova che, nel pomeriggio, il difensore della Busetto, l’avvocato Alessandro Doglioni, ha contestato decisamente, chiedendo l’assoluzione della sua cliente, definendola «una prova inesistente».

Per la pm, sia la scena del crimine sia la collanina «sono parlanti», hanno cioè fornito elementi per individuare la responsabile dell’omicidio. La catenina d’oro che la vittima aveva al collo il pomeriggio del 20 dicembre di due anni fa, quando è stata uccisa, era stata strappata e gli investigatori della Squadra mobile poco meno di un mese dopo l’hanno ritrovata nel portagioie nella camera della Busetto. «Quella collana era della vittima», ha sostenuto l’accusa, «l’unico dna rintracciato era il suo, mentre non c’è traccia di quello dell’imputata o della sorella o, comunque, di qualcuno della famiglia Busetto». L’imputata, anche nell’interrogatorio che ha sostenuto in aula, ha spiegato che la catenina doveva essere della sorella, «Ma come mai», si è chiesta la pm, «non c’è alcuna sua traccia?».

La Busetto fin dai primi momenti ha cercato di cancellare le tracce, di depistare gli inquirenti. L’omicidio, presumibilmente - ha spiegato il magistrato - è stato un delitto d’impeto, anche se brutale ed efferato, visto che l’anziana prima è stata stordita, quindi accoltellata e infine strangolata, ma in un secondo momento Monica Busetto è rientrata nella casa ha pulito le sue tracce. Quindi, ha raccontato diverse bugie e ha sparso calunnie nei confronti della vittima, sostenendo al telefono con un’amica, per sviare i sospetti sul suo conto, che «prestava soldi alla gente». Il pm ha aggiunto che il lavoro degli uomini della Squadra mobile è stato «certosino e caparbio» e prima di imboccare la pista Busetto non ne hanno tralasciata alcuna, intercettando una serie di persone, compresi i parenti della vittima, e addirittura un’uomo indicato da una telefonata anonima, poi risultato estraneo. Anche le intercettazioni avrebbero «incastrato» l’imputata: alla sorella in due occasioni aveva raccontato di aver buttato via sia i guanti utilizzati in casa (durante l’interrogatorio ha invece dichiarato di non averne mai usati) sia il tappetino all’ingresso di casa sua.

Prima di chiedere l’ergastolo per omicidio volontario aggravato dalla crudeltà nell’esecuzione e dai futili motivi, ha aggiunto c’è un movente più generale che l’ha mossa, l’odio e l’insofferenza verso tutti gli anziani con cui aveva a che fare da anni quotidianamente essendo operatrice soci o sanitaria al Fatebenefratelli di Venezia, e uno più specifico, l’acredine nei confronti della Pamio a causa delle sue piante che lasciavano cadere le foglie sul pianerottolo dell’imputata dirimpettaia e per il volume troppo alto della Tv. L’avvocato Doglioni, nella sua requisitoria, ha puntato soprattutto a smantellare la prova del Dna. Ha sostenuto che la Polizia scientifica di Roma lo ha rintracciato sulla collana dopo che il primo medico legale della Procura, Luciana Caenazzo, l’aveva esaminata senza trovare alcuna traccia. Invece, nella capitale l’avrebbero scoperta, ma «una quantità infinitesimale», tanto da far sospettare che via possa essere stato un’inquinamento involontario. Ha inoltre sottolineato che se la collanina fosse stata davvero della Pamio, che la teneva al collo, avrebbe dovuto contenere traccie abbondanti di dna. La sentenza prevista per la prossima udienza

Pubblicato su La Nuova Venezia