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Morto nel cassonetto a Mestre, la mamma accusa: «Mancano la fede e lo zainetto, l’hanno aggredito per i soldi»

Valentina, la madre del giovane dell’Est morto soffocato nel cassonetto degli abiti usati non crede alla versione dell’incidente: «Non si trovano né il cellulare né la bici di Mihai»

MESTRE. «Ciao mamma, buona notte, ci vediamo domenica». L’ultima telefonata tra Valentina Enache, la mamma di Mihai, e il giovane 29enne morto asfissiato dentro il cassonetto dei vestiti usati venerdì notte, è stata alle 21.30. Quella è stata l’ultima volta che ha sentito la voce di quel suo figlio che adorava. Si chiamavano sempre, erano legati a doppio filo.

«Lui sapeva tutto di me, ogni mio segreto» dice la madre con tono pacato e la voce di chi piange da giorni e non ha più forze in corpo. Lavora, non può smettere. Vive a Camponogara dove assiste una donna, il figlio abitava all’angolo tra via Piave e via De Amicis, lei andava da lui nel giorno libero, a fargli da mangiare, pulire e riordinare.

«Siamo persone dignitose, non accettiamo carità da nessuno, mio figlio nemmeno un pupazzetto avrebbe preso. Siamo fatti così». Mihai era il suo preferito. «Era un ragazzo d’oro, un giovane dolce, pacato, di poche parole, gentile e sensibile, dovreste sapere cosa dicono di lui al suo paese». Aggiunge subito dopo: «Per questo nessuno di noi, ma proprio nessuno, crede a quanto successo. Non è possibile, troppe cose non sono chiare».

La mamma riavvolge il nastro di quel venerdì con precisione: «Come accadeva sempre era stato da mia nipote. Lo faceva tutte le settimane, era un’abitudine», dice. «Poi ci siamo sentiti, mi ha detto che il giorno dopo, sabato, sarebbe andato a pescare dalle parti di Dolo con suo cugino, aveva tutto in regola per la pesca, gli piaceva tanto. E che domenica avrebbe voluto fare una grigliata o un pic-nic. Poi mi ha dato la buona notte, come sempre».

Da quel momento, la mamma non l’ha più sentito. Il giorno dopo ha continuato a chiamarlo all’infinito. Ma il telefonino squillava a vuoto. Nessuno rispondeva dall’altra parte. Così ha sporto denuncia. Poi la tragica scoperta e il riconoscimento. Giovedì ha raccolto le forze ed è andata in commissariato: «Manca lo zaino di mio figlio, con le sue cose dentro. Mi hanno restituito una crocetta di legno che aveva sempre al collo, sette otto euro, le chiavi di casa, fine. Ma dov’è la sua bicicletta? E soprattutto dov’è la fede nuziale? La fede era stretta, non sarebbe mai uscita dal dito. Non se la sarebbe mai tolta, serviva la forza».

E non quadra nemmeno la storia della pila. «Non aveva una pila» dice la madre «non stava frugando con una torcia, lui usava la luce del cellulare, come tutti. Sono andata a vedere il corpo, ma queste cose non c’erano e non sanno darmi una spiegazione».

La madre è stata a casa, in via Piave, sta raccogliendo gli effetti personali da portare in Moldavia, dove spedirà la salma. Le colleghe badanti stanno facendo una colletta per darle una mano, perché il rimpatrio costa, ma lei non vuole nulla. «Siamo persone che lavorano, abituate a faticare sodo, ad arrangiarci. Nessuno deve pensare che abbiamo bisogno della carità». Anche adesso nonostante il dramma, sta continuando ad andare dalla signora a cui fa assistenza a Camponogara. Le amiche la chiamano, la cercano, tentano di consolarla. Ma la comunità moldava fa cartello, sono tutti convinti che non sia stato un incidente nè una “sciocchezza” finita male.

«Mio figlio non si sarebbe mai infilato in quel cassone, non ne aveva bisogno, non c’era motivo. Non era il tipo da fare queste cose. Lavorava, aveva il suo contratto. Sua moglie se ne era andata da appena un mese, e doveva tornare. Ma adesso non c’è nulla per cui debba venire qui». Mamma e figlio erano uniti per la pelle. Tre figli maschi, la femmina non era arrivata, così lei diceva che quel suo ragazzo tanto dolce e sensibile, era stato mandato dal cielo.

La versione, per la madre, deve essere per forza un’altra. «Sicuramente è accaduto qualche cosa, forse volevano dei soldi, lui non glie li ha dati ed è successo quello che è successo» dice. Non si da pace. «Tutti sono sotto shock, noi non crediamo alla versione che è stata data, vogliamo la verità. Mio figlio era un ragazzo tenero, per bene, non un senza tetto che andava in cerca di chissà cosa». Il corpo si trova ancora nell’obitorio del cimitero in attesa del nulla osta del magistrato. Per amici e famigliari, che chiedono di sapere la verità e di venire in possesso dei filmati delle telecamere, troppi tasselli non combaciano.

Per la polizia, invece, i filmati acquisiti dalle videosorveglianza della zona, sono chiari e portano alla pista della disgrazia Assieme al giovane non c’era nessuno, o avrebbe fatto tutto da solo. Forse per trovare dei vestitini per la sua bimba. Rimane un tragico particolare: il sistema di sicurezza del cassone non funzionava perché erano saltate le linguine.

Pubblicato su La Nuova Venezia