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La tragedia di Mestre: Mihai, 29 anni, cercava i vestiti per la figlia. Un giaciglio di fiori al cassonetto

Ora ha un nome l’operaio morto soffocato dopo aver infilato la testa nel cassonetto degli abiti usati. Don Pistolato: «Storia terribile»

MESTRE. Mihai Enache, 29 anni, una figlia e una moglie che doveva raggiungerlo per stare con lui. Si sarebbero riabbracciati e sarebbero stati di nuovo tutti e tre assieme, una famiglia. Non era un clochard né un senza tetto il ragazzo rumeno morto per asfissia con la testa incastrata dentro il cassonetto dei vestiti di via Spalti.

Ecco il luogo della tragedia

Ora ha un volto e un nome, dei cari che vivono qui e che lo attendevano a casa venerdì notte. Forse stava cercando degli indumenti per fare un regalo alla sua piccola, nessuno saprà mai cosa possa essergli passato per la testa. Un dramma nel dramma. I famigliari, sotto shock, non credono alla versione dell’incidente, perché per loro, quella notte è successo qualche cosa di terribile che ha messo fine in un modo drammatico alla vita del giovane. Una morte che rimane avvolta nel mistero e sulla quale gli inquirenti stanno cercando di far luce.

Il giovane, che lavorava alla Fincantieri, viveva con la mamma all’angolo tra via Piave e via De Amicis. Mercoledì in via Spalti, vicino al cassone della Caritas che nel frattempo è stato cambiato – ne è stato posizionato uno più moderno col sistema a rotazione – sono spuntati dei fiori, un mazzo di rose gialle e una piantina lilla. E poi due ceri rossi appoggiati a terra, sull’erba, segno che qualcuno ha pregato. Il fratello, piangeva vicino al cassone, piegato dal dolore.

I familiari sono andati nel posto della tragedia per capire, per rendersi conto, vogliono sapere cosa possa essere accaduto, vogliono i filmati delle telecamere. Sono certi che quella notte Mihai non stava cercando dei vestiti per fare un regalo alla bimba, ma che forse sia stato derubato. Pensano che qualcuno gli abbia fatto deliberatamente del male. Che dentro il cassone non ci sia finito da solo, ma che qualcuno ce lo abbia infilato. Una disperazione mista a rabbia, la loro. Gli investigatori, invece, non hanno dubbi sul fatto che si tratti di un incidente.

Per ora la polizia sta indagando e la morte del giovane, rimane avvolta nel giallo. Cosa ci faceva lì? Perché cercava dei vestiti se non era un senza tetto? Tante le domande che affiorano. Di certo rimane il dolore per una morte che lascia senza parole e che ha sconvolto l’intera città. La cooperativa Mace, diretta da don Dino Pistolato, sta cambiando tutti i cassonetti della città, un po’ alla volta. «Non sono pericolosi in sé», spiega don Pistolato, «ma solo se non vengono manomessi e se non viene tolta la leva di sicurezza. Abbiamo fatto eseguire una verifica e in quello specifico caso mancavano le linguette del fermo corsa».

Certo – fa capire il sacerdote – può essere stato un incidente. Una forma di usura, sta di fatto che il sistema di sicurezza non c’era e questo ha influito sulla tragedia. Anche il sacerdote esprime alcuni dubbi, sul fatto che qualcuno possa infilarsi dentro se non era un senza tetto.

Pubblicato su La Nuova Venezia