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L’abbraccio a Luciano «Hai amato i tuoi cari lavorando per loro»

I funerali dell’operaio 59enne colpito da una pala meccanica Il monito del parroco: «Capire il motivo di questa tragedia»

CAVARZERE

«Ciao papà, spero che ora tu sia in un posto migliore con il nonno. Da te ho imparato tante cose. Hai amato la tua famiglia lavorando per noi. Mi manchi tantissimo. Vorrei poterti dare un grande abbraccio». Queste le parole della figlia Melissa al funerale di Luciano Crepaldi, 55 anni di San Pietro d’Adige, l’operaio deceduto in ospedale dopo essere stato vittima di un incidente sul lavoro alla Pilkington di Porto Marghera. Ieri al funerale a San Pietro d’Adige c’erano oltre 300 persone, tanti compagni di lavoro e Franco Ferrari, ex consigliere regionale e titolare delle Carpenterie Ferrari per le quali Crepaldi lavorava da decenni. Nei giorni scorsi una raccolta fondi per la famiglia è stata organizzata dalle Rsu della Pilkington, dai compagni di lavoro e dall’azienda. L’incidente sul lavoro risale al 13 gennaio. Per cause ancora tutte da accertare, un collega di lavoro, al comando di una pala meccanica, ha urtato Crepaldi facendolo cadere a terra e battere la testa. Immediatamente soccorso, l’uomo è stato sottoposto a un intervento chirurgico all’ospedale dell’Angelo, dal quale non si è più ripreso. È morto il 27.

«C’è da domandarsi», ha detto il parroco don Mario durante il funerale, «il perché di questa morte. Perché degli strumenti di lavoro che nascono per aiutare l’uomo e sollevarlo dalle fatiche poi provochino la morte». Don Mario ha ricordato Luciano Crepaldi come una persona dedita alla famiglia, sempre pronta a dare una mano a tutti e innamorato della sua terra. Aveva dei piccoli appezzamenti che coltivava appena poteva. E poi il grande amore per la moglie Cristina e per le figlie Melissa e Martina.

Struggenti le parole della figlia Melissa: «Mi ricordo che anche se arrivavi tardi a casa alla sera, non mancavi mai di darmi la buonanotte. Sono orgogliosa del fatto che dicevano che ho il carattere simile al tuo». Fra i partecipanti al funerale, oltre alla tristezza tanta rabbia. «Non è possibile», hanno detto alcune persone che hanno lavorato con lui, «morire sul lavoro in questo modo nel 2021. Per poter lavorare e dare un futuro migliore alla sua famiglia, da decenni faceva ogni giorno molti chilometri per arrivare a Marghera». Alla cerimonia c’erano anche esponenti delle Rsu, rappresentanti sindacali e del Comune. —

Alessandro Abbadir

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Pubblicato su La Nuova Venezia