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Daniele e i dimenticati di Lipa «Mille migranti allo stremo in mezzo al gelo a meno 10»

Bombardi, 39 anni di Ceggia, è il coordinatore della Caritas italiana per i paesi balcanici «L’Europa agisca ma ci serve l’aiuto della gente. Non hanno acqua, cibo ed elettricità»

«Scene disumane», hanno detto gli europarlamentari italiani di ritorno dalla missione in mezzo alla neve di Lipa in Bosnia. «L’Europa non può girarsi dall’altra parte», dicono i Pd Bartolo, Majorino, Benifei e la veneta Alessandra Moretti.

Nella Bosnia, dove i migranti rischiano la morte di stenti, c’è un testimone oculare d’eccezione. Da anni lavora, come coordinatore della Caritas per i Balcani, il veneziano Daniele Bombardi, 39 anni, nato a Ceggia e dal 2006 a Sarajevo dove vive con la moglie e due figli, Antonio di 9 anni e Marta di 5. Bombardi gira i vari campi migranti nel paese e in questi mesi è impegnato con la situazione drammatica di Lipa. Lo raggiungiamo al telefono.

«Lipa è il più famoso perché è quello dove si vive la situazione più drammatica: ci sono 940 persone, tutti uomini. Ma in Bosnia, che dal 2018 è diventata parte della rotta balcanica dei migranti, abbiamo attualmente 9 mila persone che cercano di arrivare in Europa. Ci sono 5.500 persone, in gran parte anche famiglie con bambini, nei campi. E altri 3.500 vivono in fabbriche dismesse, negli squat. I quasi mille di Lipa sono nella situazione peggiore», racconta il coordinatore della Caritas per i Balcani. Bombardi è in Bosnia dal 2006. Vi era arrivato per la prima volta nel 2005 da Ceggia per un anno di servizio civile come volontario della Caritas. Da allora ha scelto di restare e oggi è il coordinatore della Caritas per i Balcani.

«Il campo di Lipa era nato come struttura temporanea per gli isolamenti dei migranti sospetti o positivi al Covid. Ma con il tempo, confermando i nostri sospetti, si è trasformato in una struttura definitiva. Ma non è strutturato: non c’è acqua potabile, non c’è riscaldamento, manca l’elettricità. Era gestito dall’organizzazione mondiale dei migranti che alla fine lo ha lasciato e il governo bosniaco da gennaio 2021 lo ha riaperto, installando solo una trentina di tende dell’Esercito. Ora è inverno e siamo al dramma. Queste persone rischiano la vita in mezzo alla neve alta, con temperature mediamente a meno 10 sotto lo zero. E non si potranno fare interventi strutturali, se si faranno, almeno fino alla primavera».

Bombardi assieme ai vari volontari locali della Caritas e della Croce Rossa, che sforna tremila pasti al giorno, si recano in missione al campo di Lipa che dista 5 ore e mezza di viaggio da Sarajevo con regolarità. La base degli aiuti è il paese di Bihac.

La situazione peggiora di ora in ora, come hanno potuto vedere gli europarlamentari italiani, i primi ad andare in missione nella montagna. Ora arriveranno anche i colleghi austriaci.

«Ci sono alcuni cannoni che sparano aria calda ma servono a poco», continua a raccontare Bombardi. «Manca il cibo e i pasti arrivano grazie alla Croce Rossa. Sono stati installati alcuni bagni chimici che sono andati in blocco per il gelo. Questi uomini si lavano con la neve e la situazione igienica è drammatica. Cerchiamo di sopperire portando taniche di acqua da 5 litri ma manca tutto».

Anche il Covid fa capolino sulle montagne innevate. «Ma in Bosnia non hanno manco acquistato vaccini e non sono rigidi con mascherine e distanziamenti», spiega il veneziano. Da qui l’appello. Subito raccolto dalle Acli del Veneziano e di Treviso che domenica hanno organizzato un dibattito online per informare e invitare ad inviare aiuti alla Caritas. Borbardi ha visto anche il cambiamento del popolo bosniaco.

«I bosniaci sanno cosa è vivere da profughi. E nel 2018, quando sono cominciati ad arrivare i migranti, la popolazione locale aveva risposto in maniera empatica, accogliendoli in casa, dando cibo e passaggi, anche se era pericoloso, per passare il confine. Ma poi i migranti hanno invaso fabbriche dismesse, squat, e la gente ha cominciato ad avere paura di loro. E in questa situazione si è fatta più forte la retorica di gruppi politici anti-migranti».

I migranti che utilizzano la rotta balcanica sono pakistani e afghani, siriani, iracheni e nordafricani ma si vedono anche persone dal Camerun e dalla Nigeria.Ci sono uomini soli e famiglie con bambini.

Chiediamo a Daniele cosa si può fare per aiutare la Caritas a fronteggiare la emergenza umanitaria. «Anzitutto parlarne e informare perché siamo convinti che senza spinte dal basso la politica europea non interverrà. E poi sostenere la raccolta fondi inviando denaro per acquistare qui in loco vestiti, cibo, medicine». Le difficoltà nell’arrivo di merci, e di conseguenza aiuti, causa l’emergenza Covid-19, si unisce alla necessità di ridurre le tensioni sociali. «Se noi facciamo lavorare le cooperative locali dimostriamo che la migrazione non è solo un grande problema ma anche una opportunità», dice. «E abbiamo bisogno di ridurre i conflitti a Lipa dove se porti cento coperte e hai mille persone al freddo si rischia lo scontro fisico».

Chiunque volesse sostenere gli interventi della Caritas per le popolazioni migranti in Bosnia Erzegovina e lungo la Rotta balcanica può donare online al sito www.caritas.it oppure, specificando nella causale “Europa/ Rotta Balcanica” può utilizzare i conti intestati a Caritas Italiana come il conto corrente postale n. 347013. —

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Pubblicato su La Nuova Venezia