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«Donadio incontrò Iovane, boss dei Casalesi»

Così Giacomo Fabozzi, nipote del presunto capo clan, secondo cui in ballo c’era la vicenda legata all’ex trader Gaiatto

eraclea

È ripreso a tambur battente – con udienze quotidiane in aula bunker – il processo al cosiddetto Clan Donadio, accusato dai pm Federica Baccaglini e Roberto Terzo di aver dato vita a una ventennale associazione criminale di stampo camorristico, che avrebbe imperversato a Eraclea e nel Veneto orientale.

Ieri, vivace udienza davanti alla giudice Michela Rizzo nel processo agli imputati che hanno scelto il rito abbreviato (con relativo sconto di pena in caso di condanna, in cambio di un processo assai più rapido di quello tradizionale). Oggi e domani, invece, udienza davanti alla corte del Tribunale presieduta dal giudice Stefano Manduzio: in programma l’interrogatorio di due imputati che hanno deciso di rispondere alle domande dei magistrati, Christian Sgnaolin (ex braccio destro finanziario di Luciano Donadio) e Antonio Puoti.

Ieri, intanto, ad essere a lungo interrogato è stato Giacomo Fabozzi, nipote acquisito di Donadio, che se da una parte ha negato l’esistenza di un “clan”, dall’altra ha detto di aver lavorato per Donadio fino al 2007 e poi per società da lui controllate. Ha negato di aver partecipato ad estorsioni, ma ha ammesso la rapina a una sala giochi. In particolare, però - confermando quanto dichiarato nel suo primo interrogatorio - Fabozzi ha confermato che Donadio conosceva il boss dei Casalesi Iovane, raccontando di essere stato testimone dell’incontro tra i due, per cercare di disinnescare la bomba dell’ “affare Gaiatto”. Un incrocio di fondi neri.

Al broker in bancarotta - secondo la ricostruzione della Procura - Samuele Faè (sodale del clan) aveva affidato 7 milioni di euro e Luciano Donadio si era impegnato a farglieli restituire, minacciando Gaiatto: «Vedi come dico io, sono di Casal di Principe e faccio anch’io le mie cose», «tu non sai con chi hai a che fare», «costi quel che costi tirare fuori il denaro (....) o ci sarebbe scappato il morto». È il 2017, Gaiatto è già in bancarotta e oltre a migliaia di ignari risparmiatori che ha raggirato, ha anche clienti molto pericolosi. In quegli stessi giorni, infatti, alla sua porta bussano anche alcuni camorristi di Casal di Principe. Secondo l’accusa l’incontro tra Donadio e Iovane, a Noventa e ad Eraclea, avrebbe permesso di siglare un patto: dividersi a metà le somme che sarebbero riusciti a farsi restituire da Gaiatto. Se ne fece ben poco e dopo un anno l’accordo si ruppe.

Un lungo interrogatorio nel quale si è parlato un po’ di tutto, con risposte talvolta davvero singolari. La Procura contesta a Fabozzi il possesso di due etti e mezzo di droga? E lui replica sostenendo che era stato il suo cane a rientrare in casa, con in bocca la busta piena di stupefacente.

Novità di ieri, non si trova più degli imputati: Francesco Verde, che pure era libero e non sottoposto ad alcuna misura cautelare. Il 42enne residente a Eraclea è accusato di aver partecipato a una delle tante operazioni a tassi d’usura imputate al clan: un imprenditore tartassato con interessi del 240%. Prossima udienza per quanto riguarda i riti abbreviati, il 16 settembre: in programma l’interrogatorio dell’ex vice sindaco di Eraclea Graziano Teso accusato di voto di scambio. Lui si dice innocente. —

Pubblicato su La Nuova Venezia