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Spunta dal fiume Sile il corpo di un 58enne Era scomparso dalla metà di marzo

L’uomo era incatenato alla bici e due piastre da 15 chili La Procura dispone l’autopsia, non esclusa l’ipotesi suicidio

MUSILE

Il corpo di un uomo è affiorato ieri nella prima mattinata dalle acque del Sile in via Salsi, ancora nel territorio di Musile di Piave, davanti alla ex azienda Plip.

La segnalazione è stata davanti al civico 12 di via Salsi, la strada che da Caposile collega a Jesolo lungo il fiume. A dare l’allarme, alcuni operatori agricoli che stavano potando delle viti su un terreno esattamente di fianco all’argine. Sul posto sono subito giunti i vigili del fuoco di Jesolo con la squadra dei sommozzatori di Mestre, i carabinieri di San Donà e i sanitari del 118. L’uomo è stato trascinato a riva, trovato completamente incatenato a una bicicletta da donna e due piastre di ghiaino lavato del peso di una quindicina di chili. Era immerso in acqua da quasi un mese, senza segni apparenti di violenza, ma in evidente stato di decomposizione e ormai irriconoscibile.

L’identità potrebbe corrispondere a quella di un 58enne di Marcon, scomparso da casa il 19 marzo scorso alle 8 del mattino, lasciando il portafogli con i documenti e salendo poi in sella alla sua bicicletta con la quale si è dileguato.

I familiari hanno raccontato che da qualche tempo era parso piuttosto nervoso e ne avevano denunciato la scomparsa non vendendolo più rientrare nella abitazione, dove viveva con la madre. I sommozzatori dei vigili del fuoco lo hanno portato dunque a riva e la salma è stata ricomposta nella cella mortuaria dell’ospedale di San Donà a disposizione dell’autorità giudiziaria. Sull’argine, le piastre utilizzate per immergersi, mentre la bicicletta è stata posta sotto sequestro e rimossa dalla Carrozzeria Piave a disposizione per le indagini ancora in corso.

A ritrovare il corpo è stato un conosciuto imprenditore agricolo di Caposile, Luca Ferrazzo, che in quella zona, quasi di fronte allo stabilimento della latteria Soligo, ha i suoi vigneti. «Gli operai stavano lavorando nel vigneto e mi hanno chiamato perché qualcuno gli aveva rotto il vetro della macchina e si era portato via alcune borse, con il pranzo e degli oggetti personali», racconta Ferrazzo, «nell’attesa che arrivassi sul posto, gli ho suggerito di perlustrare lungo la strada e la riva del fiume perché, se i ladri non trovano nulla di interessante, di solito lanciano le borse sul ciglio. È già successo in passato. Quando sono arrivato, ho iniziato a guardare insieme a loro e mi sono accorto del cadavere». Allo sguardo dell’imprenditore agricolo è apparso subito chiaro che quello che galleggiava in acqua era un corpo, anche se il cadavere era già in evidente stato di decomposizione. A Ferrazzo non è rimasto che chiamare i soccorsi. «Mi sono accorto della presenza del corpo perché era fermo vicino alla riva, appena dentro l’acqua, impigliato penso in qualche ramo», conclude l’imprenditore.

Il pubblico ministero che coordina le indagini ha disposto l’autopsia che, assieme all’esame del Dna, potrà permettere il riconoscimento della salma e accertare le cause del decesso. Per il momento, il fratello ha riconosciuto la bicicletta con la quale era scomparso e sulla quale si è gettato nel Sile, non molto lontano dal punto in cui è stato ritrovato senza vita ieri mattina in via Salsi. Gli inquirenti propendono per il suicidio, messo in atto con una modalità inconsueta e impressionante per la determinazione. Probabilmente, il 58enne ha voluto farla finita con questo gesto estremo e senza concedersi la possibilità di salvarsi in un ultimo disperato tentativo di sopravvivere, legandosi con le catene e appesantendosi con le piastre di ghiano che non gli hanno permesso di riemergere assieme al peso della bicicletta. —

giovanni cagnassi

giovanni monforte

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Pubblicato su La Nuova Venezia